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Tradition is dead (part one)

Inizio evento 10.06.2016 | Fine evento 03.07.2016


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Tradition is dead (part one)

 
Galleria 33 presenta “Tradition is dead (part one)”, personale di Jennifer Crisanti.
Dal 10 giugno al 3 luglio 2016 lo spazio espositivo di via Garibaldi 33 ad Arezzo sarà occupato da una selezione dei più recenti lavori dell’artista canadese. Si tratta del secondo solo show che la galleria dedica a Crisanti dopo “Ruby woo”, allestita nel febbraio del 2015. La rassegna, a cura di Tiziana Tommei, propone opere inedite, relative alla nuova collezione della pittrice: un progetto aperto, di cui si mette in mostra per l’occasione una prima sezione. Il percorso espositivo intende inoltre porre l’attenzione sull’iter artistico della Crisanti, mettendo in relazione l’attuale fase creativa con opere scelte, tratte dalla produzione passata e successive al 2011.
 
 
A dominare lo spazio della galleria quattro grandi tele: “1000 pz made in Italy”, “CON”, “Gossip Factory”, “Azo free color”. Protagoniste assolute le figure femminili identificative dell’immaginario dell’artista, presenze enigmatiche, aliene ed inquietanti. Emergono tra colature di colore e pieghe della tela, definite con un tratto sicuro ed istintivo, violento ed emotivo, che rompe costantemente i contorni delle forme senza mai negarle, ma anzi accentuandone i caratteri. Alle opere di grandi dimensioni si accompagnano 12 disegni, una serie di studi che rende conto del processo di costruzione del soggetto della ballerina, alter ego dell’artista. In essi si assembla la figura umana nelle sue diverse componenti, con uno sviluppo similare al montaggio di un automa, mentre i titoli dei singoli pezzi citano passi di danza di rimando ai ritmi compositivi. In relazione a questi sono esposte le tele di piccolo formato dal titolo “Prima ballerina no”, nelle quali il movimento convulso delle danzatrici è evocato attraverso una pittura marcatamente gestuale. 
 
 
Il titolo della mostra, “Tradition is dead”, è stato scelto dall’artista e rimanda alla sua biografia. In particolare ad un evento accaduto nel 2011 a Beijin. Jennifer Crisanti al tempo era impiegata presso un’importante casa di moda e per lavoro si era trasferita temporaneamente dalla Spagna in Cina. Muovendosi tra Hong Kong e Beijin, essa scopre il lato oscuro del patinato mondo della moda. Forzatamente si sveglia, apre gli occhi e si ritrova in un incubo. Non lo immagina, ma lo vede e lo vive in prima persona, ci si ritrova immersa fino ad esserne inevitabilmente travolta. Come spiega Crisanti: «quando sono arrivata a Beijin avevo un concetto diverso della moda. In quel contesto mi sono resa conto che quello che vendevo e rappresentavo, cioè la storia di una casa di moda, il lusso, l’artigianalità, il “fatto a mano”, il “made in Italy”, appartenevano ad un modo d’intendere la cultura, l’arte e il lavoro alieno da quella realtà. Ho così preso atto del fatto che la tradizione era morta». Per lei è l’inizio dell’allontanamento dal settore della moda (a cui dirà addio definitivamente l’anno successivo), ma anche di un percorso personale che la porterà in arte ad acuire e a rafforzare la sua vena visionaria, allucinata ed espressionista. Dal 2011 infatti riavvia la sua carriera espositiva con un ciclo di mostre personali in Spagna, tra le quali “View into a visionary’s closet” e “Zombies”, due titoli che suggeriscono lo stato di violento disincanto e profondo tormento vissuto. Negli anni a seguire avrà luce “Ballerine series 1-33”, un ciclo di disegni nei quali il tratto nervoso, rapido e tagliente si unisce ai chiodi fissati nei punti nevralgici del corpo delle danzatrici – la testa, i genitali e gli arti inferiori.
 
 
Quando arriva in Italia, nel 2014, la sua tavolozza è rivoluzionata: le silhouettes nere sfumano e si smaterializzano, vestendosi di colori tenui e a tinte pastello. Restano imperanti le sue figure sempre e solo femminili, dalle forme allungate, dinoccolate e fantasmiche. Un esercito di dame ripetute ossessivamente, con la bocca evidenziata di rosso, i copricapo e le scarpe dai tacchi altissimi. Chiaramente, sempre la stessa “signora”, entità misteriosa capace di dare espressione al profondo e a ciò che emerge dal subconscio: ricordi, sogni, visioni e allucinazioni. In tal senso, le opere attuali rappresentano l’esito di un percorso e possono essere intese quali prova di un processo tutt’ora in atto di rielaborazione del passato, oltre che come una sorta di esorcismo e catarsi. Il vocabolario figurativo dell’artista torna in scena con dimensioni sempre più incombenti, profili e dettagli ancora più netti, evidenziati dall’uso puntuale del colore ad olio.
 
 
In linea con il passato la pittrice predilige materiali e supporti poveri e semplici, ma non per questo meno ricercati: la scelta della tela di cotone grezza, a grana media e grossa, dai contorni non fissati e libera dal telaio deve essere inquadrata quale componente fondamentale dell’intero progetto e collegata alle tematiche affrontate. Da un lato la riflessione su temi sociali e la denuncia di un sistema contrario a principi etici e morali, dall’altro l’introspezione, la ricerca e la ridefinizione di un’identità nuova, più forte e consapevole. 
 
 

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